Mozioni di Settembre/ 12
Vi dico solo una cosa: sarò come Hermes, il fratello di Apollo
Miei diletti deputati e senatori, so che vi state chiedendo che cosa dirò nel discorso che farò a settembre in Parlamento per rilanciare il governo. Ma ovviamente questo non lo so nemmeno io. Sono però sicuro che dirò e farò la cosa giusta. E questo per la semplice ragione che il mio dàimon, in qualsiasi circostanza della vita, mi ordina sempre di rimanere fedele a me stesso. di Ruggero Guarini
21 AGO 20

Miei diletti deputati e senatori,
So che vi state chiedendo che cosa dirò nel discorso che farò a settembre in Parlamento per rilanciare il governo. Ma ovviamente questo non lo so nemmeno io. Sono però sicuro che dirò e farò la cosa giusta. E questo per la semplice ragione che il mio dàimon, in qualsiasi circostanza della vita, mi ordina sempre di rimanere fedele a me stesso.
E’ del resto arcinoto che gli dèi non sono tanto immortali quanto immutabili. Essi vengono al mondo già perfettamente formati, dotati fin dal giorno della nascita di tutti i loro attributi, sicché dopo non dovranno mai fare altro che rimanere inchiodati alla loro caparbia natura come a un’inalterabile essenza. Insomma sono gli esseri meno incostanti e volubili dell’universo. Persino i più capricciosi fra loro hanno il dovere di mostrare sempre lo stesso volto per tutta l’eternità. Si sono forse mai visti degli dèi disposti a cambiare carattere e abitudini? Di rinunciare alle abitudini e ai gusti imposti loro dal fato e di adottarne altri del tutto diversi? Di maledire la propria missione e di sognare di averne un’altra? Di vergognarsi delle proprie imprese e magari di tentare di redimersi vagheggiandone altre di segno opposto? Che ve ne fareste, voi poveri mortali, di un Dioniso capace di cangiarsi in un baciapile astemio? Di un’Afrodite pronta a farsi monaca santa? Di uno Zeus pentito di tutti i suoi adultèri?
Lo so che molti di voi vorrebbero che un prode Cavaliere come me riuscisse a trasformarsi in un mortale della vostra stessa specie, e magari in un fellone politicamente corretto come l’attuale presidente della Camera. Ma se c’è un tratto del mio carattere che più di ogni altro mio vizio o virtù può essere detto divino esso è appunto la perfetta immutabilità della mia natura. Che è – dovete ammetterlo – un felicissimo impasto di astuzia, letizia e candore. E’ infatti evidente che la sorte mi ha concesso il raro, rarissimo privilegio di essere, tutt’insieme, astuto come un serpente, candido come una colomba e lieto come un bambino: tre proprietà assolutamente incompatibili coi modi e con lo stile abitualmente apprezzati da voi. E poiché proprio e soltanto queste proprietà sono la vera causa della mia fortuna, non capisco per quale oscura ragione possiate pretendere che io, cedendo a un impulso vagamente suicidario, mi trasformi in uno dei tanti uggiosi maestri di rancori e tradimenti politicamente corretti che si distinguono nel vostro branco.
Forte di un’incrollabile fede in queste mie antiche certezze, su ciò che scodellerò a settembre posso dunque azzardare soltanto questo metaforico annuncio: qualunque cosa dirò e farò, si tratterà di qualcosa che a tutti voi sembrerà non meno deplorevole della fragorosa scoreggia con cui il piccolo Hermes, appena nato, secondo il celebre inno che ne racconta le imprese, si fece beffe di Apollo, il suo fratellino maggiore, quando quel borioso e subdolo stronzetto si permise di prenderlo in braccio.
So che vi state chiedendo che cosa dirò nel discorso che farò a settembre in Parlamento per rilanciare il governo. Ma ovviamente questo non lo so nemmeno io. Sono però sicuro che dirò e farò la cosa giusta. E questo per la semplice ragione che il mio dàimon, in qualsiasi circostanza della vita, mi ordina sempre di rimanere fedele a me stesso.
E’ del resto arcinoto che gli dèi non sono tanto immortali quanto immutabili. Essi vengono al mondo già perfettamente formati, dotati fin dal giorno della nascita di tutti i loro attributi, sicché dopo non dovranno mai fare altro che rimanere inchiodati alla loro caparbia natura come a un’inalterabile essenza. Insomma sono gli esseri meno incostanti e volubili dell’universo. Persino i più capricciosi fra loro hanno il dovere di mostrare sempre lo stesso volto per tutta l’eternità. Si sono forse mai visti degli dèi disposti a cambiare carattere e abitudini? Di rinunciare alle abitudini e ai gusti imposti loro dal fato e di adottarne altri del tutto diversi? Di maledire la propria missione e di sognare di averne un’altra? Di vergognarsi delle proprie imprese e magari di tentare di redimersi vagheggiandone altre di segno opposto? Che ve ne fareste, voi poveri mortali, di un Dioniso capace di cangiarsi in un baciapile astemio? Di un’Afrodite pronta a farsi monaca santa? Di uno Zeus pentito di tutti i suoi adultèri?
Lo so che molti di voi vorrebbero che un prode Cavaliere come me riuscisse a trasformarsi in un mortale della vostra stessa specie, e magari in un fellone politicamente corretto come l’attuale presidente della Camera. Ma se c’è un tratto del mio carattere che più di ogni altro mio vizio o virtù può essere detto divino esso è appunto la perfetta immutabilità della mia natura. Che è – dovete ammetterlo – un felicissimo impasto di astuzia, letizia e candore. E’ infatti evidente che la sorte mi ha concesso il raro, rarissimo privilegio di essere, tutt’insieme, astuto come un serpente, candido come una colomba e lieto come un bambino: tre proprietà assolutamente incompatibili coi modi e con lo stile abitualmente apprezzati da voi. E poiché proprio e soltanto queste proprietà sono la vera causa della mia fortuna, non capisco per quale oscura ragione possiate pretendere che io, cedendo a un impulso vagamente suicidario, mi trasformi in uno dei tanti uggiosi maestri di rancori e tradimenti politicamente corretti che si distinguono nel vostro branco.
Forte di un’incrollabile fede in queste mie antiche certezze, su ciò che scodellerò a settembre posso dunque azzardare soltanto questo metaforico annuncio: qualunque cosa dirò e farò, si tratterà di qualcosa che a tutti voi sembrerà non meno deplorevole della fragorosa scoreggia con cui il piccolo Hermes, appena nato, secondo il celebre inno che ne racconta le imprese, si fece beffe di Apollo, il suo fratellino maggiore, quando quel borioso e subdolo stronzetto si permise di prenderlo in braccio.
di Ruggero Guarini